25 ottobre 2006
Dai ragazzi SDU in Chiapas - Anna Mauri, Martina Morazzi, Alice SerenaGiungiamo alla comunità verso sera e facciamo appena in tempo a vedere le cime delle montagne arrossate dal sole prima che questo scompaia alle loro spalle.
La comunità è formata da pochissime case, guardandoci in torno arriviamo a contarne sei, il resto sono prati e campi, circondato da montagne. Una volta calato il sole ci accorgiamo che l’unica fonte di luce e di calore è un fuocherello sul quale stanno cuocendo delle patate in brodo e un ottimo caffè: questa è la cena che ci viene offerta e che noi consumiamo con molto rispetto, perché comprendiamo il valore che ha per loro.
Siamo a 2400 metri e la casa che ci ospita non ha vetri alle finestre, come le altre del resto: al posto del vetro è stato posto un cellofan trasparente fissato con dei chiodi e dei sassi. Il pavimento è in terra battuta e l’umidità la notte è molto alta.
Ci prepariamo per un incontro con loro, ma ora siamo un po’ timorosi sul dove stare, dove sedersi, se si può fotografare e filmare. Ieri siamo stati ripresi da Marcos perché nella precedente comunità qualcuno di noi ha occupato il posto riservato alle autorità tradizionale: purtroppo a volte quasi ci dimentichiamo che noi siamo ospiti, e che solo la nostra presenza con macchine fotografiche, cavalletti, computer interrompe la tranquillità di queste persone.
La notte, il silenzio della montagna crea un ambiente ancora più misterioso, vedo solo i visi delle persone intorno al fuoco, il resto è buio. Credo che non sia per nulla facile per loro farsi avanti, prendere un microfono in mano e raccontare a persone sconosciute la propria storia, persone che sono arrivate, hanno mangiato e ora sono armate di carta e penna, o peggio di telecamere, microfoni e registratori e attendono la loro parola.
Qualcuno parla, sembra di ascoltare quelle tristi storie di paesi lontani che a volte si raccontano intorno al fuoco, ma purtroppo vedo bene il viso della donna che parla e che ha voluto condividere la sua storia con noi.
La comunità possiede 7000 ettari di terra che il governo sta tentando di espropriare a favore di narcotrafficanti che già controllano parte della zona.
La maggior parte delle persone che racconta la propria esperienza, ha subito una violenza da parte del governo o dei narcotrafficanti:sono stati minacciati , colpiti e repressi e chi ha trovato il coraggio di ribellarsi, spesso ha trovato il proprio campo o la propria casa in fiamme. Le violenze messe in atto non colpiscono però solo beni materiali ma va a colpire direttamente la libertà degli abitanti della comunità, con carcerazioni ingiuste, senza prove e con false accuse, perché qui, la voce di rivolta di questi uomini e di queste donne viene sepolto dalle montagne e se questo non è sufficiente, un nuovo intervento di repressione mette tutto a tacere.
Nulla di quello che accade qui è mai stato riportato dai media di comunicazione e il governo si accorge di loro solo diventano un ostacolo a loro mal operato. Questi uomini e queste donne chiedono solo giustizia e rispetto.
Marcos dice che il nostro compito è quello di mettere le ali a queste parole e farle volare nei paesi lontani: ora ci sentiamo anche noi sepolti dal silenzio di queste montagne, ma sappiamo che le loro parole potranno veramente volare oltre l’oceano.
Quando nessuno chiede più la parola, Marcos dice che stiamo occupando la loro terra e solo in quel momento realizzo che il nostro numero è di gran lunga superiore al loro e che avevamo invaso tutto il loro spazio. Ci allontaniamo in fretta, non sappiamo ancora cosa faremo e dove passeremo la notte ma per ora restituiamo l’aria che gli abbiamo tolto e attendiamo con gli occhi alzati su un bellissimo cielo stellato.
La comunità è formata da pochissime case, guardandoci in torno arriviamo a contarne sei, il resto sono prati e campi, circondato da montagne. Una volta calato il sole ci accorgiamo che l’unica fonte di luce e di calore è un fuocherello sul quale stanno cuocendo delle patate in brodo e un ottimo caffè: questa è la cena che ci viene offerta e che noi consumiamo con molto rispetto, perché comprendiamo il valore che ha per loro.
Siamo a 2400 metri e la casa che ci ospita non ha vetri alle finestre, come le altre del resto: al posto del vetro è stato posto un cellofan trasparente fissato con dei chiodi e dei sassi. Il pavimento è in terra battuta e l’umidità la notte è molto alta.
Ci prepariamo per un incontro con loro, ma ora siamo un po’ timorosi sul dove stare, dove sedersi, se si può fotografare e filmare. Ieri siamo stati ripresi da Marcos perché nella precedente comunità qualcuno di noi ha occupato il posto riservato alle autorità tradizionale: purtroppo a volte quasi ci dimentichiamo che noi siamo ospiti, e che solo la nostra presenza con macchine fotografiche, cavalletti, computer interrompe la tranquillità di queste persone.
La notte, il silenzio della montagna crea un ambiente ancora più misterioso, vedo solo i visi delle persone intorno al fuoco, il resto è buio. Credo che non sia per nulla facile per loro farsi avanti, prendere un microfono in mano e raccontare a persone sconosciute la propria storia, persone che sono arrivate, hanno mangiato e ora sono armate di carta e penna, o peggio di telecamere, microfoni e registratori e attendono la loro parola.
Qualcuno parla, sembra di ascoltare quelle tristi storie di paesi lontani che a volte si raccontano intorno al fuoco, ma purtroppo vedo bene il viso della donna che parla e che ha voluto condividere la sua storia con noi.
La comunità possiede 7000 ettari di terra che il governo sta tentando di espropriare a favore di narcotrafficanti che già controllano parte della zona.
La maggior parte delle persone che racconta la propria esperienza, ha subito una violenza da parte del governo o dei narcotrafficanti:sono stati minacciati , colpiti e repressi e chi ha trovato il coraggio di ribellarsi, spesso ha trovato il proprio campo o la propria casa in fiamme. Le violenze messe in atto non colpiscono però solo beni materiali ma va a colpire direttamente la libertà degli abitanti della comunità, con carcerazioni ingiuste, senza prove e con false accuse, perché qui, la voce di rivolta di questi uomini e di queste donne viene sepolto dalle montagne e se questo non è sufficiente, un nuovo intervento di repressione mette tutto a tacere.
Nulla di quello che accade qui è mai stato riportato dai media di comunicazione e il governo si accorge di loro solo diventano un ostacolo a loro mal operato. Questi uomini e queste donne chiedono solo giustizia e rispetto.
Marcos dice che il nostro compito è quello di mettere le ali a queste parole e farle volare nei paesi lontani: ora ci sentiamo anche noi sepolti dal silenzio di queste montagne, ma sappiamo che le loro parole potranno veramente volare oltre l’oceano.
Quando nessuno chiede più la parola, Marcos dice che stiamo occupando la loro terra e solo in quel momento realizzo che il nostro numero è di gran lunga superiore al loro e che avevamo invaso tutto il loro spazio. Ci allontaniamo in fretta, non sappiamo ancora cosa faremo e dove passeremo la notte ma per ora restituiamo l’aria che gli abbiamo tolto e attendiamo con gli occhi alzati su un bellissimo cielo stellato.
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