lunedì 12 gennaio 2009

IMPRESSIONI DA UN ALTRO MONDO

Autore: Alberto

Tante emozioni, tanta commozione, tanta rabbia per quello che ho ascoltato nei quattro giorni del primo Festival della Degna Rabbia qui a San Cristobal de las Casas e per il crimine che impunemente il governo Israeliano sta continuando a commettere contro la popolazione Palestinese.

Devo cercare di mantenere costante il livello di questa degna e giusta rabbia, di non dimenticare quello che ho ascoltato in questi quattro fantastici giorni.

E così cerco di scrivere qualche cosa di comprensibile, prima di tutto per me, per non dimenticare appunto.

Mi sono commosso, ho pianto ascoltando le varie voci che dal 2 al 5 di gennaio si sono susseguite al microfono dell’auditorio del Centro di Formazione Integrale Indigna, il CIdeCI di San Crristobal de Las Casas.

Ho pianto perché ho dentro una rabbia inespressa contro l’ingiustizia del sistema imposto dal capitalismo occidentale, dal idea malata che la maniera di pensare occidentale ha dato al concetto di modernità, infine dalla cultura occidentale che si crede universale.

Le persone che sono intervenute in questi quattro giorni sono state invitate dall’EZLN a parlare di un altro mondo, di un altro cammino, di un’altra politica; quindi nei primi tre giorni si sono alternati i portavoce dei movimenti internazionali fratelli del movimento neozapatista chiapaneco, di giornalisti, di artisti, di filosofi, di professori di politica, di maestri delle scienze sociali, di liberi pensatori; tutti esperti ma anche molti saggi.

Saggi che non conoscevo come Jean Robert, Adolfo Gilly, Pablo Gonzalez Casanova, John Berger, Luis Villoro. Tutti questi saggi hanno portato un discorso semplice e chiaro, perché semplice e chiaro è il cammino da prendere per cambiare questo mondo, o meglio il sistema-mondo sbagliato che oggi provoca solo morte e distruzione. Come ha detto molto chiaramente Don Luis Villoro per poter vedere un mondo nuovo e giusto dobbiamo svegliarci dalla finzione in cui viviamo oggi e cioè il capitalismo occidentale, la modernità occidentale; una finzione, un sistema-mondo puramente virtuale, fittizio perché va contro l’essenza stessa dell’essere umano e cioè la naturale tensione alla sopravvivenza della nostra specie.

Questo lo sanno molto bene i popoli indigeni e meticci neozapatisti che hanno lasciato per l’ultimo giorno di questo primo Festivalo della Degna Rabbia quella che credo è l’unica via d’uscita alla crisi, non certo solo economica, nella quale il sistema capitalista ha affondato questa terra. Il 5 gennaio, l’ultimo giorno appunto del festival, è stato dedicato ai veri saggi, senza voler togliere nulla ai saggi di cui parlavo sopra, di questo pianeta : i contadini con il movimento internazionale della “Via Campesina” e i popoli originari della terra con il C.N.I., il Congresso Nazionale Indigeno messicano che rappresenta le 64 popolazioni, nazioni e tribu che sono i popoli originari del territorio oggi conosciuto come Messico, e naturalmente i popoli neozapatisti.

Lo ha detto chiaramente Alberto Gomez, membro del Comitato di Coordinazione Internazionale della Via Campesina, che la via contadina è l’unica via percorribile per una produzione alimentaria sostenibile e che soprattutto garantirebbe l’accesso alimentare a tutta l’umanità. Oggi la produzione agro-alimentaria mondiale è in mano a 6 corporazioni transnazionali il cui unico fine, come tutti sappiamo molto bene, non è garantire alimentazione sana per tutta l’umanità ma è il guadagno economico; e, come tutti sappiamo molto bene, per raggiungere questo scopo non si pongono nessun limite, calpestando qualsiasi legge nazionale e internazionale nel campo del rispetto all’ambiente e soprattutto dei diritti umani.

Un dato presentato da Alberto Gomez è molto esemplificativo di quali sono le intenzioni di queste corporazioni transnazionali. L’anno scorso si è parlato molto dei biocombustibili o agrocombustibili come alternativa ecologica ai combustibili derivati dal petrolio (sicuramente chi leggerà questo testo e chissà tutti quanti ormai sanno che il biocombustibili è solo una bufala, l’ennesima finzione del sistema, però mi sembra comunque interessante riportare questo dato) ; gli Stati Uniti del Nord America si sono prefissati l’obbiettivo di sostituire entro il 2012 il 12% di combustibili derivati dal petrolio con biocombustibili, derivati dal mais o dalla soia. Questo 12% per il solo mercato interno statunitense significa dedicare 600.000.000 di ettari di terra coltivabile a questo scopo, quando in tutto il mondo la superficie di terra coltivabile è di 1.400.000.000 di ettari. Visto che non credo che la Comunità Europea voglia rimanere indietro in questa nuova follia del sistema e che gli U.S.A. hanno intenzione di aggiudicarsi poco meno della metà della superficie di terra coltivabile, ciò significa che secondo i loro piani in breve si coltiverà la terra per far muovere le macchine, e che cosa mangeremo?

Questo piano criminale, che è già in movimento ed è solo uno dei tanti, deve convincerci che non possiamo affidare la regolamentazione alimentaria globale a queste corporazioni transnazionali e ai governi e alle istituzioni internazionali che le sostengono.

Dobbiamo invece affidarci a chi la terra la conosce e sa come va gestita e rispettata perché possa continuare a sostenere il fabbisogno alimentare dell’umanità tutta, rispettando l’agricoltura tradizionale e cioè la biodiversità di ogni regione di produzione senza che organismi internazionali decidano, per motivi puramente economici e peggio per motivi finanziari, chi e dove deve produrre cosa.

Sono i contadini e non certo i consigli d’amministrazione delle corporazioni transnazionali che conoscono e rispettano la terra, perché sanno che solo rispettandola può darci i frutti di cui abbiamo bisogno per vivere.

Ascoltare quindi chi la terra la conosce veramente, e chi meglio la conosce se non chi la considera come propria madre; le popolazioni originarie, indigene, aborigene di tutta la terra, che hanno una cosmovisione opposta a quella occidentale, una cosmovisione che li fa vivere come parte del tutto, della madre terra appunto. Nella cosmovisione dei popoli originari non ci sono rapporti di potere , di dominante e dominato, l’uomo non è superiore alla natura ma parte di questa stessa natura, parte della stessa forza creatrice che permea ogni cosa. Non esiste nel pensiero di questi popoli l’individualismo, così forte nel pensiero occidentale, ma appunto un senso di appartenenza al tutto che sulla più piccola scala dell’umanità diventa appartenenza alla comunità nella quale si è nati che si riconosce per cultura e tradizioni e poi su una scala più ampia appartenenza alla comunità del genere umano. Questi popoli sanno che è solo rispettando questo tutto , rispettando le differenze, i tempi, le necessità di ciascuna delle parti di questo tutto che si può vivere in armonia, nella vera pace. Quindi l’individualismo deve lasciare il posto all’appartenenza alla totalità, l’individualismo deve lasciare il posto al comunitarismo, al noi comunitario, la politica individualista o per meglio dire oligarchica, in cui abbiamo lasciato convertire la democrazia in tutte le sue diverse espressioni, deve lasciare il posto a una politica che sia della comunità, della gente, del popolo in cui non ci siano politici di professione ma solo portavoce delle decisioni comunitarie, una politica in cui la parola democrazia acquisti il suo vero significato e cioè potere del popolo. Mi sembra che al proposito, visto il mondo attuale, tutti possiamo concordare con Walt Whitman quando dice : « Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia. Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente, non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue. È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto. ».

Abbandonare l’individualismo e tutto ciò che ne consegue significa cambiare la nostra struttura mentale, e quando dico nostra sto parlando di noi occidentali, eliminare il dualismo tra scienza e natura, tra intelletto e cuore che da Aristotele in avanti ha dominato i passi della civiltà occidentale e ci ha portato a un grado chissà molto sviluppato però di inciviltà, che tutti quanti abbiamo la possibilità di constatare giorno per giorno anche solo aprendo il quotidiano.

Solo in questi giorni (scusate il ritardo) sto iniziando a conoscere l’opera di Ivan Illich, libero pensatore austriaco morto nel 2002, in particolare sto leggendo un suo testo del 1973 che mi sembra quanto mai appropriato per questi tempi; in esso Illich in maniera, direi, profetica prevede la crisi che oggi stiamo vivendo e trova nel concetto di convivialità, che da il nome al testo, la via d’uscita a questa crisi :

"La convivialità é la libertà individuale realizzata nel rapporto di produzione in seno a una società dotata di strumenti efficaci".

"Passare dalla produttività alla convivialità significa sostituire a un valore tecnico un valore etico, a un valore materializzato un valore realizzato".

"La società conviviale riposerà su contratti sociali che garantiscano a ognuno il più ampio e libero accesso agli strumenti della comunità alla sola condizione di non ledere l'eguale libertà altrui".

"Chiamo società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività e non riservato ad un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo."

Conviviale é la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni."


Libertà individuale senza ledere l’eguale libertà altrui, individuo integrato con la collettività, possibilità di realizzare le proprie intenzioni e quindi una società che rispetti le differenze di ciascuno nel rispetto della libertà di ciascuno. Questa società o questo altro mondo come ha detto chiaramente e degnamente arrabbiato Don Luis Villoro non è un utopia questo mondo esiste, ed è stato costruito con 25 anni di resistenza e ribellione al sistema capitalista neoliberale dai popoli neozapatisti del Chiapas.


1. Per noi, zapatisti, popoli indigeni del Messico, dell’America e del Mondo, la terra è la madre, la vita, la memoria e il riposo dei nostri antepassati, la casa della nostra cultura e il nostro modo d’essere. La terra è la nostra identità. In lei, per lei e da lei siamo. Senza di lei moriamo, anche continuiamo a vivere.


2.La terra per noi non è solo il suolo che calpestiamo, seminiamo e sul quale crescono i nostri discendenti. La terra è anche l’aria che, fattasi vento, scende e sale dale nostre montagne; l’acqua che come fonti, fiumi, laghi e pioggia si fa vita nella nostra semina; gli alberi e i boschi da cui nascono frutti e ombra; gli uccelli che ballano nel vento e cantano fra i rami; gli animali che con noi crescono e vivono e che ci alimentano. La terra è tutto quello che viviamo e moriamo.


3. La terra per noi non è una merce, e della stessa forma non sono merce gli esseri umani ne i ricordi ne i saluti che diamo e riceviamo dai nostri morti. La terra non ci appartiene, noi apparteniamo a lei. Abbiamo ricevuto il compito di essere suoi guardiani, di accudirla, di proteggerla, così come lei ci ha accudito e protetto in questi 515 anni di dolore e resistenza.


4. Noi siamo guerrieri. Non per vincere e soggiogare il diverso, quello che abita un altro luogo, quello che ha un maniera differente di essere. Siamo guerrieri per difendere la terra, la nostra madre, la nostra vita. Per noi questa è la battaglia finale. Se la terra muore, noi moriamo. Non c’è domain senza la terra. Chi vuole distruggere la terra è tutto un sistema. Questo è il nemico da vincere. Capitalismo si chiama il nemico.


5. Noi crediamo che non è possibile trionfare in questa battaglia se non ci accompagnamo nella lotta con gli altri popoli che sono, come noi, del colore della terra, se non lottiamo uniti con gli altri che altri colori, modi e tempi hanno, però soffrono per gli stessi dolori. Per questo abbiamo reso parola questa idea nella 6° Dichiarazione della Selva Lacandona. Per questo camminiamo, con l’udito e il cuore aperti, per gli angoli del nostro paese. Per cercare e incontrare quelli che dicono o vogliono dire “Adesso Basta!”, quelli che hanno scoperto que il nome del loro nemico e lo stesso di quello che ci uccide e ci fa soffrire.


6. Noi pensiamo che non è più sufficente resistere, e aspettare uno e un’altro attacco di chi comanda e del denaro. Crediamo che la forza di cui adesso c’è bisogno per sopravvivere, e anche sufficente per farla finita con le minacce. E’ arrivata l’ora.


7. Ne all’albero ne al bosco. Noi come zapatisti, per capire e sapere cosa fare, gurdiamo verso il basso. Non in segno di umiltà, non per sottomettere la nostra dignità, sennò per leggere e imparare quello che non è stato scritto, per cui non ci sono parole ma sentimenti, per vedere nella terra le radici che sostengono, la in alto, le stele.


Libertà e giustizia per Atenco!

Libertà e giustizia per Oaxaca!

Molte Grazie”

Subcomandante Insurgente Marcos

Mexico, Julio del 2007



Questo testo è parte del discorso del Subcomandante Insurgente Marcos nella tavola rotonda sul tema “Difronte al Saccheggio Capitalista, la Difesa della Terra e del Territorio” , che si è tenuta a Città del Messico, presso il Club dei Giornalisti, il giorno 17 di Luglio del 2007 e pubblicato nel n° 10 della rivista Contrahistorias. La otra mirada de Clio.




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