sabato 10 gennaio 2009

Gli Zapatisti e tutti gli altri

Autore: Pierluigi Sullo

Il Capodanno era umido e nebbioso ma non molto freddo, nonostante i duemila abbondanti sul livello del mare. Oventic, Chiapas, Messico: era la fiesta dei partecipanti al «Primero Festival de la digna rabia», persone, moltissimi ragazzi, che provenivano da tutto il mondo, specialmente dal Messico e dall’America latina ma anche dagli Stati uniti e dall’Europa. Come al solito, decine di italiani, alla fine più di un centinaio. E insieme a loro, a far da spettatori a gruppi teatrali argentini e ad ascoltare le bande musicali indigene e a ballare sul campo di basket migliaia di bases de apoyo, gli indigeni zapatisti che vivono nei municipi autonomi organizzati in Caracoles e retti da Juntas de buen gobierno, forma di «democrazia radicale» [l’espressione è di Gustavo Esteva] che ha permesso agli indigeni ribelli di vivere meglio, grazie alla promozione di case di salute, di progetti sull’agricoltura, sulla comunicazione, di un sistema scolastico autonomo, di forme di giustizia auto-organizzate, pur resistendo a quindici anni di assedio militare e paramilitare, dopo l’insurrezione del primo gennaio 1994.
Un Capodanno rilassato, tra le case di legno ricoperte di murales e che ospitano appunto la clinica o la sede della Junta, poi tutti a dormire. Il 2 gennaio sarebbe cominciata la parte chiapaneca del Festival, dopo che il primo tempo si era tenuto nella mega-capitale del paese, Città del Messico. L’invito dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, e del subcomandante Marcos, era stato: vediamo di mettere a confronto i molti «no» che in tutto il mondo «propongono» e «si propongono». E dunque, quattro giorni molto intensi. quasi senza pause, di dibattito, con relatori che venivano da Spagna [anzi Stato spagnolo] e Svizzera, Stati uniti e Italia, Uruguay e Argentina, Bolivia e naturalmente Messico. Ore e ore di ponencias, di interventi, di fronte a un pubblico ostinato di oltre mille persone, nell’auditorium di una straordinaria istituzione non-istituzionale di San Cristobal de las Casas, il Cideci, un insieme di edifici, una sorta di «campus», alla periferia della città, del tutto indipendente, che fa allo stesso tempo da centro di formazione per giovani indigeni [a vari mestieri] e da università popolare, da centro studi [ora ospita una iniziativa retta da Immanuel Wallerstein] e da casa de salud per i poveri: creatore ne è el doctor Raymundo Sanchez, la cui radice culturale più profonda affonda nel lavoro di Ivan Illich, anni fa, a Cuernavaca, Messico centrale.
Va bene, dirà un lettore pragmatico, ma a noi? Ecco, se posso riassumere l’esplosione di concetti, tendenze, linguaggi che, come ha detto in conclusione il Sup Marcos, il Festival ha provocato, la loro grande pluralità, potrei dire che forse per la prima volta non si è trattato soprattutto di venir qui a prender nota delle innovazioni radicali che il neozapatismo ha gettato dentro la cultura della sinistra novecentesca, provocando un fantastico disordine, ma di constatare come quelle innovazioni si siano fatte strada altrove, anche molto lontano, ovvero si siano prodotte autonomamente in altri paesi e continenti. Forse il più limpido, in questo senso, è stato il discorso del già citato Gustavo Esteva. Allievo di Illich, indigenista, parte attiva della Comuna de Oaxaca, ossia della rivolta della città più indigena del Messico che diede luogo a un autogoverno durato molti mesi, tre anni fa, per essere poi interrotta – ma non spenta – da una repressione brutale, Esteva ha svolto due argomenti: primo, le forme della política liberali sono defunte e ciò che può rimpiazzarle trova la sua base nella comunità; secondo, la catastrofe economica ha la sua spiegazione nella «quantità» [noi diremmo nella crescita ormai insopportabile] e non nel «ciclo», e dunque stimolare produzione e consumi equivale ad accelerare il disastro. Con accenti diversi, concetti simili hanno esposto Oscar Olivera [Bolivia, la prima rivolta mondiale contro la privatizzazione dell’acqua] e Raul Zibechi [Uruguay], Jean Robert [Svizzera] e i rappresentanti di Via Campesina [rete mondiale dei movimenti contadini, cui appartengono i Sem Terra] e del Congresso nazionale indigeno del Messico. E molti altri. In sostanza: di fronte alla catastrofe che ci sta precipitando addosso bisogna mettere in rete le molte forme di economia sociale che si basano su forme democratiche nuove. E sull’amore, come ha raccontato Michael Hardt.
E noi italiani? Nella mesa abbiamo sostenuto che il nostro è un paese tutt’altro che rassegnato, e che vicende come quella del movimento per la conoscenza, o i movimenti territoriali come quelli valsusini e vicentini, alludono anch’essi alla fine della política della rappresentanza e all’insopportabilità di una economia predatoria: che, per altro, sta crollando. Ma da qui ad aprire davvero un confronto tra un paese del Nord come il nostro e quelli del Sud, aggiungo, il passo è ancora lungo. Il primo Festival mondiale della «degna rabbia», cui Carta dedicherà un numero speciale in uscita il 16 gennaio, è l’inizio di questo cammino.

Nessun commento: