giovedì 30 ottobre 2008

Una lettera dal Messico

Fonte: Lo Straniero
di Ugo Pipitone

Caro Goffredo,
Parlando con un vecchio amico cercavo di spiegargli (di spiegarmi) perché ero così poco informato sull’attualità messicana. Venga da dove venga sento un crescente fastidio verso il ripetersi di atteggiamenti e idee che non erano ragione di orgoglio tempo fa e oggi meno. Un fastidio che si accresce di fronte all’attaccamento a belle bandiere divenute forme di benevolenza verso se stessi. Spero che a te non succeda in Italia quello che succede a me in Messico: non poter aver simpatia per nessuna delle forze politiche in campo. Ciò non migliora il già scarso amore verso la cronaca. E voglio credere che non è perché uno è diventato più esigente ma perché la vita politica da queste parti non fa altro che ripetere se stessa: tra cinismo e retorica. E uno, giorno dopo giorno, forse impercettibilmente, se ne distacca un po’ di più. Anche se non si può nascondere che gli anni lasciano un residuo di presunzione: uno crede di vedere di più, con minore intensità, ma di più.
Gramsci tuonava contro gli intellettuali “odiosi e melensi” che si credono dispensatori di premi e castighi. E aveva ragione. Ciò però non mi evita un personale senso di inadeguatezza a seguire le giravolte di uno spettacolo politico deprimente e senza prospettive (vicine) di miglioramento. Sto parlando del Messico, ma non ne sono sicuro. Ricordi “La zia Julia e lo scribacchino”, con l’autore di telenovelas che confonde tutte le trame?
Se poi aggiungi che, a confermare, le “leggi” di mercato, il tempo che diventa più scarso con l’età, diventa più prezioso; c’è sempre qualcosa da finire il meno peggio possibile. Ma confesso che l’estraneità crescente verso la cronaca non esclude il gusto morboso dello spettatore del circo romano. Da quando è tornato Berlusconi dedico più tempo al chiacchiericcio politico italiano. Sto cercando di compensare quello che non trovo nella politica messicana con quella italiana, che è più “divertente” (a migliaia di chilometri di distanza). Qui ha governato lo stesso partito per 70 anni e se uno pensa alle macerie lasciate nelle teste da solo vent’anni di fascismo... Ovviamente Pri e Pnf non sono la stessa cosa, ma il punto è la permanenza al potere che diventa regime nei due casi con le conseguenze note: lo sperpero di energie sociali concentrate nell’accomodarsi alle prebende concesse ai più furbi. Ho appena letto lo splendido articolo di un italiano al seguito delle truppe americane che sbarcarono in Sicilia nel ’43. L’autore registra lo spirito del regime (antico o moderno): il marito torna a casa la sera e dice alla moglie, riferendosi alla conversazione avuta con qualcuno importante: “gli sono piaciuto”. La vita dipende da questo: piacere a qualcuno che mi permetta scalare. Come non sentire vertigini pensando ai guasti lasciati da 70 anni di “gli sono piaciuto o no” alla già fragile cultura democratica di una società? La messicana o qualsiasi altra in cui sia accaduto qualcosa di simile.
Dopo tanto tempo dello stesso partito al potere mi aspettavo (e non da solo) qualche novità dal 2000 in avanti. C’è stato un partito al governo (come dicevo, per qualche decennio) e adesso ce n’è un altro e buonanotte. Possiamo anche andare a dormire: tutto o quasi sembra funzionare come prima, e cioè male. E con poca consapevolezza di quanto questo “male” venga da un passato dal quale non possiamo liberarci. Il Messico continua ad avere, prima con il Pri e adesso con altre sigle, un’amministrazione pubblica che, tolte poche isole, è un disastro nazionale come lo è stato quasi sempre negli ultimi secoli; una politica in cui le idee sono bandite da un gioco nazional-popolare di discorsi tuonanti, arricchimenti dubbiosi (per così dire) e machiavellismi cortigiano-corporativi. In una società con 50 milioni di poveri su 100 milioni di abitanti. Dal 2000 (con la sconfitta del Pri) in poi non è successo in Messico niente che sia paragonabile alla Spagna dopo Franco: una presa di distanza, una cesura con il passato. Perché? Su questo bisognerebbe pensare e discutere e invece neanche una parola. Qualche settimana fa mi dicevi che Gobetti era arrivato a pensare che il fascismo fosse l’autobiografia dell’Italia. Comincio a supporre che il Pri sia il corrispondente messicano. Non dal punto di vista ideologico ma da quello della coerenza con cui ha incarnato (a volte senza volerlo) il ripetersi sotto nuove spoglie del peggio del passato. Quella che credevo cultura priista era in realtà espressione di una storia più lunga che non avevo percepito. E la stessa cosa vale, suppongo, anche se in altre forme, per la “cultura berlusconiana”, questa novità che purtroppo non lo è.
Torno all’Italia intravista da lontano. Nonostante una politica che è quello che è, qualche persona intelligente e sensata (che non sono la stessa cosa ma non possono neanche essere troppo distanti) evidentemente è sopravvissuta al diluvio berlusconiano che ha rotto di nuovo gli argini. Come le alluvioni del Polesine di qualche decennio fa. Ma le opzioni sono lontane dall’essere ovvie; da una parte il senso di responsabilità: non si può affondare il paese per liberarsi da Berlusconi; e dall’altra, la percezione che, approfittando della responsabilità (e lo sconcerto) degli altri, il personaggio continua a smantellare quel tanto o poco di tessuto civile che resta al paese.
Quella parte dell’Italia che soffre con vergogna le volgarità e le furbate mediatiche della cultura berlusconiana sembra non avere la forza, per il momento, di convincere quell’altra che ci sono buone ragioni per dividersi senza bisogno di avvilire così lo spazio pubblico. Ma, divina provvidenza, forse, alla fine, Berlusconi risolverà il problema lui stesso rendendo ancora più esplicito di quanto già non fosse a che tipo di essere umano la maggioranza degli italiani ha consegnato la guida del paese. Dico “essere umano” lasciando da parte che sia di destra o di sinistra, ma senza dimenticare che il fatto che sia di destra dà al tutto una maggiore coerenza. Anche se i sondaggi di questi giorni dicono che mi sbaglio, sento un’aria di rappresentazione finale. Certo non vorrei essere come quei nostri amici spagnoli che picchiavano il dito sul tavolo e dicevano: “Este año Franco muere”. E si sono consumati le dita. Ma ho un sentore di fine ciclo.
Mi sbaglio? Ce l’ho solo io? Certo che fare la Sibilla italiana dal Messico è un po’ ridicolo. Però una cosa credo si possa dire a proposito del fascino malsano esercitato da personalità che riescono a dare nobiltà politica alle miserie di un popolo. Mussolini era amato “dentro” e fuori dal paese; Berlusconi fuori dal paese è una continua fonte d’imbarazzo per quelli che la pensano come lui ma non hanno la stessa impudicizia. Un argentino che vive in Italia mi diceva degli scherzi dei suoi amici italiani sui presidenti argentini tipo Menem o la moglie di... E adesso che potrebbe prendersi la rivincita preferisce stare zitto; con Berlusconi primo ministro non c’è bisogno di parole. A ognuno il suo sottosviluppo. Ma si supponeva, con ragioni legittime, che l’Italia avesse attraversato da tempo la soglia oltre il carnevale istituzionale del populismo dei ricchi. Un attraversamento evidentemente ancora in corso.
Ho cominciato raccontandoti le ragioni della mia più o meno recente disattenzione verso la politica messicana. Faccio un esempio. In questi giorni si discute la “reforma energética”. Il presidente – di centrodestra – cerca una via d’uscita da una situazione in cui il paese, uno dei principali produttori di petrolio del mondo (con esportazioni di 3 milioni di barili al giorno), importa il 40% della benzina che consuma. L’impresa petrolifera di stato (Pemex) non può costruire raffinerie perché non ha i soldi e, anche se sembrerà strano considerando i prezzi internazionali del petrolio, non ne ha perché finanzia con i suoi introiti buona parte della spesa pubblica e, in minor misura, perché il sindacato di Pemex è, grazie alla benevolenza dell’impresa e dello stato, uno dei sindacati più ricchi e corrotti del pianeta. In altri termini, Pemex è lo strumento messicano che consente di evitare un sistema fiscale decente. Per capirci: in Italia le entrate fiscali sono superiori al 40% del Pil; in Messico si aggirano attorno al 12%. E la sinistra, imperterrita, fa l’inno del petrolio come patrimonio nazionale intoccabile. Come accettare investimenti esteri su quella che è diventata terra sacra? Che vada tutto a ramengo, l’importante sono i principi. E visto che di idee neanche l’ombra, i principi vanno benissimo come discorso sostitutivo, anche se si intrecciano con una macchina di corruzione che non solo sperpera risorse scarse ma anni di maturazione civile. Se uno seguisse i giornali avrebbe l’impressione di dibattiti carichi di pathos, la sensazione che quasi tutti i giorni qualcosa è sul punto di cambiare. Ma poi vedi le persone e non c’è bisogno di tanti sforzi per capire che sono gli stessi da anni, da decenni, che vivono di traffici, di influenze, di retorica (spesso “revolucionaria”) e di cose peggiori.
Ma quello che scoraggia di più è l’entusiasmo legislativo e cioè l’idea che cambiate le leggi tutto comincerà a funzionare nel verso giusto. Lascio da parte il caso di Pemex perché qui le leggi possono cambiare realmente alcune cose. Ma in generale l’“entusiasmo legislativo” mi fa pensare a qualcosa di rimosso: la consapevolezza che qualsiasi decisione finirà per perdersi nei labirinti di un rapporto malato tra società e istituzioni; nella (giustificata) non credibilità reciproca. Sto parlando del Messico, anche se di nuovo... Salvo poche eccezioni, in questo paese, lo stato semplicemente non è credibile con un’amministrazione pubblica che non funziona o è corrotta e, spesso, tutt’e due. E si ha l’impressione del ripetersi di una cultura borbonica fatta, tutt’al più, di buone intenzioni in cui si esaurisce la capacità riformatrice. In Sicilia il feudo è stato solennemente abolito nel 1812. Non dico che sia una data da dimenticare, ma certo se si guarda la Sicilia del resto dell’Ottocento comparandola con i secoli precedenti, non si ha l’impressione che dal 1812 sia cambiato qualcosa di sostanziale nel rapporto tra contadini, latifondisti e Stato, basato sull’oppressione dei contadini da parte di proprietari terrieri capaci (con aiuto della mafia) di penetrare e quasi-annullare lo stato a proprio beneficio.
In tanta fiducia nelle leggi sento un vecchio odore di legalismo borbonico con un tocco di positivismo; una rinuncia a cambiare le cose facendo finta di volerle cambiare.
Guardando alla Sicilia, alla Campania o al Messico e ai dibattiti interminabili che producono la falsa impressione di movimento, come credere che senza una riforma delle istituzioni, una ricostruzione di credibilità sociale, tutto il resto non sia altro che il brusio apparentemente operoso con cui la politica legittima se stessa? Un gioco giocato tante volte e per tanto tempo che entusiasmarsi nelle sue nuove giravolte è quasi vergognoso.
E questa è la mia giustificazione per non occuparmi del presente. Scusami se l’ho fatta così lunga. Un abbraccio, Ugo.

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